Giovanna Reggiani....... da Mario Ciancarella

Per quanto cinismo io abbia dovuto metabolizzare per stare di fronte 
alla violenza, credo che non riusciro' mai a frenare l'indignazione e
la tentazione di reagire con lo stesso metro e strumento di fronte a
fatti di efferata violenza.

La morte di Giovanna Reggiani, per la
brutalita' della sequenza e per la insopportabilita' delle motivazioni,
e' una di quelle circostanze in cui capisco la rabbiosa reazione dei
Cittadini. Capisco molto meno (se non in chiave di infame ricerca del
potere), e non condivido affatto la insulsa cagnara politica, con le
reciproche accuse di responsabilita' per questo orrido delitto -
l'ennesimo contro una donna -, e non posso condividere la
rappresentazione degli organi di informazione sullo scenario e sulle
prospettive sociali di questa ultima aberrazione.

Mi chiedo se una
caratteristica ben piu' profonda (e piu' grave) non distingua questo
crimine da altri consumati da Cittadini Italiani: e cioe' la
circostanza che chi condivideva con l'uomo oggi accusato di essere il
responsabile le stesse condizioni di indigenza ed insicurezza e la
medesima origine etnica e di nazionalita', non ha ritenuto sufficienti
queste condizioni
per rimanersene in una complice e silenziosa omerta'.
E' corsa sulla strada, si e' sbracciata fino a costrinegere un autista
di pullman a capire che doveva essere accaduto qualcosa di grave ed a
chiamare la polizia. Poi ha identificato l'uomo dell'orrido gesto ed e'
pronta a confermare le sue accuse.

Ebbene noi veniamo ad esempio da
una recente iniziativa pubblica di memoria sulla vicenda omicida di
Enmanuele Scieri all'interno di una Caserma della Folgore, ed io sono
certo che tra quegli uomini in divisa siano solo pochissimi quelli che
possano comportarsi secondo logiche criminali. Eppure da quel mondo
cosi' ristretto e controllato non sono mai emerse voci, in questi otto
anni, capaci di far pervenire la Giustizia alla individuazione dei
responsabili.

Anche allora coloro che regiscono emotivamente davanti
ai crimini, o coloro che li utilizzano sguaiatamente per i propri fini
di parte, urlavano che fosse necessario lo scioglimento del reparto
(ancor piu' ed ancor prima che l'individuazione dei colpevoli, la cui
responsabilita' per la nostra Costituzione e' ancora "personale"), come
oggi si urla che sia necessario liberarci della presenza dei Rom in
maniera indiscriminata.

Ma allora, a differenza di oggi, non emersero
persone capaci di assumere la responsabile rottura dei vincoli di
omerta' e complicita' con gli assassini.

Il Capitano di Vascello
Reggiani sembra abbia dichiarato, con umanissima motivazione, che se
non fosse uomo delle istituzioni sarebbe stato tentato di farsi
giustizia da solo. E' un grande insegnamento: se non ci sentiamo parte
di una Istituzione (che e' lo Stato costituzionale e Democratico in cui
ciascuno di noi riveste ruoli di sovranita'), se noi, il nostro piccolo
mondo e la "nostra sola famiglia" fossimo l'unico riferimento per
reagire a una simile barbarie (quando e solo quando e se arriva a
colpire i nostri affetti diretti ed intimi), e' del tutto evidente che
la nostra reazione di pari violenza sarebbe la piu' naturale e
giustificata.

E' in questa medesima logica e cultura che si
consumarono per anni gli omicidi sciagurati tra giovani e formazioni
contrapposti della destra e della sinistra politica, quasi che fossimo
ancora in piena guerra civile, e non in uno Stato Costituzionale e
Democratico di Diritto. E' in questa stessa logica e cultura che ancora
oggi su quei fatti atroci di incivilta' e barbarie qualcuno pensa di
sostenere la propria immagine di referente politico di aspettative
sociali e di pretese di legittimazione della violenza.

Ma il Capitano
di Vascello Reggiani sa che il suo Stato, la sua Istituzione, potera'
fare quantomeno giustizia, certo parziale e mai risarcuitoria come e'
sempre quando il crimine comporta l'omicidio di una persona che ci e'
stata cara, solo perche' (o almeno sicuramente perche', dovendosi
sperare che anche senza quella collaborazione le indagini avrebbero
saputo portare alla individuazione dell'assassino) una donna Rom ha
rotto la consociazione omertosa e "familiare".

I genitori di Scieri
invece devono ancora pietire che il loro Stato, la loro Istituzione,
sappia e voglia arrivare alla individuazione dei responsabili della
morte del loro figliolo. Per fare giustizia. Quella giustizia che, come
dicevano la senatrice Lidia Menapace e gli stessi genitori di Emanuele,
non necessariamente e' collegata ad una condanna (a volte impossibile
proprio perche' siamo in uno Stato di Diritto) ma alla certezza di
sapere a chi collegare la responsabilita' morale e materiale di uno
specifico delitto come di qualsiasi altro crimine.

In questo Paese le
indignazioni e le reazioni spesso si legano alla "fama televisiva", che
un evento sappia realizzare, ma pochissimi sono coloro che si
preoccupano di educare ed educarsi ad una piena ed effettiva
consapevolezza dei concetti fondamentali di una convivenza fondata sul
diritto. Ci soprendiamo ed indignamo anche per le dichiarazioni dei
connazionali o dei conviventi degli assassini "E' stato sempre un bravo
ragazzo". Ma non sembrano le stesse dichiarazioni di amara sorpresa che
in occasione di qualsiasi delitto vengono rilasciate da qualsiasi altro
cittadino italiano? Non sono forse le stesse dichiarazioni che
rilasciavano regolarmente i coinquilini di terroristi sanguinari? O di
giovani ragazzi che per motivi abietti hanno massacratoi i propri
familiari?

Azouz, del delitto di Erba, non ha rilasciato dichiarazioni
di condanna per tutto il popolo italiano, in nome dell'omicidio delle
persone a lui piu' care consumato con ferocia inaudita e per abietti
motivi da due vicini di casa rigorosamente italiani. Eppure ai piu'
quei due feroci omicidi, persino di un bambino, sembravano due persone
normali e perbene, cosi' come li descrissero per giorni gli strumenti
di comunicazione.

Dunque non l'etnia, non l'apprente mitezza e
perbenismo, non la generalizzazione legata a condizioni sociali
(militari o civili) deve poterci consentire di cullare reazioni di
isterica violenza ai crimini che si vanno consumando con preoccupante
aumento.

Dovremmo ragionare su cosa e quanto si faccia, dalle funzioni
principe (la legislativa e la esecutiva) a quelle di garanzia
(Magistratura ed apparati di sicurezza), e soprattutto nei luoghi e
nelle agenzie educative, per arginare, isolare e contrastare il
dilagare della violenza criminosa, per costruire condizioni e culture
di legalita' democratica e di convivenza pacifica.

Se l'ordine e la
sicurezza si fondassero solo sulle ordinanze che ci liberano dai
lavavetri fastidiosi (ed alcuni invadendi e prevaruicanti) e se la
nostra tranquillita' si fondasse solo sulla espulsione di "invasori
affamati" (alcuni dei quali orientati a deliquere e commettere
criminoi), rimarremmo ben presto delusi, perche' la violenza la
soppraffazione la prevaricazione criminosa fondata sulla corruzione
istituzionale si stanno riproducendo ormai da anni nella nostra stessa
cultura in maniera tumorale ed invasiva, senza forme attive ed efficaci
di contrasto e con la criminalizzazione di quei Magistrati che cerchino
di contrastarne l'insorgenza (vedi De Magistris) o con la loro
eliminazione fisica quando i loro percorsi appaiano pericolosamente
incoercibili (vedi Falcone, Borsellino, Terranova, Chinnici, Ciaccio
Montaldo e quanti mai altri poliziotti e magistrati pagarono con la
vita e con scarsa giustizia e verita' sulla loro morte l'impegno
perche' la loro Istituzione, il loro Stato si mostrasse degno di un
Paese Democratico e Costituzionale.

Cerchiamo di pensarci, quando
saremo invasi da rinnovate esecrazioni della realta' degli immigrati e
non vergognamoci se questi pensieri ci obbligassero ad un "sentire
diverso" dalla generale voglia di vendetta stile far west.

Ciancarella
Mario