15-8-2009

italynews.it

il ministro vuole la verità sulla morte di Emanuele Scieri

«È a dir poco disarmante che ancora oggi non siano state accertate le responsabilità della morte di Emanuele Scieri, brillante giovane siciliano chiamato a servire la sua Nazione in un corpo di élite delle Forze Armate». Lo afferma il ministro della Gioventù, Giorgia Meloni, del Pdl, la quale ha inviato una lettera all’associazione “Giustizia per Lele”.
Ieri l’associazione ha organizzato nel comune di Siracusa una commemorazione del militare morto dieci anni fa in circostanze mai chiarite nella caserma Gamerra di Pisa, dove svolgeva il servizio di leva.

«L’Italia – dice Meloni – non è stata in grado di servire Emanuele ed i suoi cari e questo, oltre al dolore della perdita, è il macigno che grava pesantemente sulla coscienza di una comunità nazionale intera. La vita e la vicenda di Emanuele – prosegue il ministro – sono esattamente il contrario di quanto viene asserito riguardo i giovani italiani da alcuni “professori” con qualche anno in più, etichettati nullafacenti e “nullapensanti”: avvocato a soli 26 anni, servizio militare in un corpo molto impegnativo, un fiero esponente di quella “meglio gioventù” italiana di cui la Nazione, ed il Sud in particolare, è ricca».
Secondo Giorgia Meloni, una Nazione «non può non tutelare orgogliosamente i suoi giovani» e non può «umiliare la richiesta di giustizia riguardo episodi come questo».
I militari italiani «si impegnano con professionalità ed entusiasmo nei compiti loro assegnati», ma «come in ogni settore della società civile, ci sono coloro che manifestano di non meritare ruoli a cui vengono chiamati e di non possedere i requisiti morali per certi compiti».
Parole dure sono arrivate anche da Corrado Scieri, padre dell’allievo paracadutista, che all’Ansa ha dichiarato: «L’indagine è stata condotta in maniera a dir poco lacunosa, obbedendo ad una precisa strategia che poteva solo portare ad un nulla di fatto. Come è poi accaduto».
Il Comune di Siracusa ha deciso di intitolare a Emanuele Scieri uno slargo, mentre oggi a Noto, sua città natale, si svolge un concerto dei “Tinturia”.
«La musica – ha aggiunto Corrado Scieri – era una delle grandi passioni di mio figlio, un ragazzo pieno di vita che nelle fasi iniziali dell’inchiesta sulla sua morte hanno invece tentato di far passare come un giovane pieno di paure e di insicurezze tanto da averlo spinto al suicidio. Un assurdo!».
Scieri aveva 26 anni. Dopo il Car a Scandicci, la mattina del 13 agosto 1999 si trasferì a Pisa. Nei giorni precedenti Emanuele avrebbe difeso alcune reclute dalle angherie dei “nonni”. Il militare trascorse la serata in una pizzeria della città, alle 22 telefonò dal suo cellulare alla madre: «Sto facendo delle fotografie alla torre pendente».
Poi, insieme al parà Stefano Viberti, rientrò in caserma in tempo per il contrappello. Ma non entrò mai nella camerata. Davanti alla torre di prosciugamento dei paracadute – racconterà Viberti – si fermò per fumare un’altra sigaretta.
Sono quattro allievi parà, il 16 agosto, a ritrovare il corpo di Emanuele. Sentono una puzza nauseabonda, si avvicinano e vedono sporgere a terra il piede di una persona privo della scarpa, che è a un paio di metri lontano. Il resto del corpo è occultato dal pianale di alcuni tavoli rovesciati, con le gambe rivolte verso l’alto. E nessuno sa spiegare come avrebbe fatto il corpo precipitato dalla torre a conficcarsi sotto quei pianali.

“Nostro figlio ucciso due volte”

Anche oggi, come da dieci anni ogni 13 agosto, un cuscino di fiori arriverà alla caserma “Gamerra” di Pisa. Viene da Lido di Noto, sul lungomare siracusano. Lo mandano i genitori di Emanuele Scieri, l’allievo paracadutista morto dieci anni fa, ucciso da mani che sono rimaste ignote. Così recita l’atto di archiviazione delle indagini. «Non abbiamo mai cessato di sperare nella verità e nella giustizia», dice la madre, Isabella Guarino.
 «Quei fiori – aggiunge – sono a testimoniare il nostro dolore. Noi vorremmo che fossero collocati ai piedi della torre di prosciugamento dei paracadute, dove Emanuele è morto. Forse, invece, finiranno nella cappella della caserma. Li mettano dove vogliono…».
 Dieci anni hanno cambiato tutto in questa famiglia travolta dalla tragedia, al contrario del dolore, sempre uguale, che sembra aver pietrificato gli sguardi.
 Il padre, Corrado, che era un funzionario della Dogana di Siracusa è andato in pensione. Rispetto alle fotografie che lo ritraevano all’indomani della morte del figlio, ha i capelli ingrigiti, il volto scavato e infossato.
 Anche la madre, insegnante di lettere alla scuola media “Archimede”, è andata in pensione e adesso non si concede che qualche piccolo sorriso amaro e austero, sotto una calma che cela un piccolo cedimento alla rassegnazione: «Certe perdite rendono deboli…», dice.
 I coniugi Scieri sono nella piccola casa delle vacanze, nella strada principale della marina di Noto, il giardino di pietra del barocco che sembra fatto apposta per conservare la memoria del lutto. Come un grande cimitero.
 «E’ qui, in questo salotto, che apprendemmo della morte di nostro figlio», ricorda Corrado Scieri. Anche allora, come oggi, c’era l’altro figlio, Francesco, che adesso ha 37 anni, nel frattempo si è sposato, specializzato in urologia a Trieste e lavora all’ospedale “Sacco” di Milano. Oggi c’è anche “Ottone”, un boxer francese bianco e nero, che dalla terrazza vigila su quell’umanità dipinta di tatuaggi che scalpita sulle ciabatte infradito nella calura della strada e della spiaggia.
 «Ci telefonarono da Pisa, era il 16 agosto – dice il padre – e ci fecero strane domande. Volevano scavare nella vita di Emanuele, chiedevano se soffriva di depressione, se era in cura, se assumeva psicofarmaci, se aveva mai manifestato l’intenzione di uccidersi… Cose da non credere alle proprie orecchie. Emanuele si era laureato in giurisprudenza a Catania con 107, non aveva mai ripetuto un esame. Aveva la stima dei suoi docenti, uno dei quali ci ha anche scritto una lettera commovente. Aveva fatto il praticante in uno studio per circa sei mesi, poi era partito per il servizio militare. Nonostante avesse superato l’esame per fare l’ufficiale di complemento, preferì andare nei paracadutisti, sia pure come soldato semplice. Non era un esaltato o un fanatico, ma un giovane pieno di vita. Voleva volare, guardare il mondo dall’alto».
 Emanuele voleva volare, ma non dalla cima della torre di prosciugamento, come avvenne la sera del 13 agosto 1999. Dieci anni dopo la famiglia vorrebbe uno slancio di verità per sapere chi lo costrinse a salire fin lassù, la prima sera che aveva varcato il portone della caserma di via di Gello. Ma soprattutto vorrebbe conoscere cosa e chi mise in moto quella catena di omertà, di bugie e di silenzi che prima ha ritardato le ricerche del corpo, poi ha insabbiato le indagini sulle responsabilità.
 «Dopo tanto tempo – dice Isabella Guarino – è difficile credere in un rimorso che faccia scattare un atto di giustizia, ma qualche volta i tormenti hanno bisogno di molti anni. Certo che tutto è andato nella direzione opposta, perché anche chi avesse avuto la voglia e il coraggio di parlare è stato intimidito. Guardate cosa capitò all’ex capitano Mario Ciancarella… Disse di aver raccolto una testimonianza anonima, la confidò al procuratore Iannelli e lui lo fece arrestare per calunnia. L’unico, in tutta questa vicenda, ad essere finito in carcere, è la persona che si è adoperata per far compiere alle indagini un passo in avanti».
 «Era tutto sbagliato, tutto contrario alla logica – dice Corrado Scieri – e io lo feci notare al procuratore. Non insistettero con Viberti, il commilitone che trascorse gli ultimi minuti insieme a lui, fino in caserma. Nella conclusione delle indagini l’hanno definito “testimone di verità non rivelate”, ma si sono contentati. Chiesi al procuratore di passare le indagini alla polizia, perché i carabinieri dipendono dal ministero della Difesa, come i paracadutisti. E lui a quel punto si adirò molto e cambiò atteggiamento nei nostri confronti. Ci fece sentire quasi indagati, altro che i genitori della vittima. Venne perfino un capitano dei carabinieri, a casa nostra, voleva interrogare me e mia moglie separatamente. Come se fino a quel momento si fosse nascosto qualcosa. Ma erano domande senza senso, offensive. Ci chiese se Emanuele, da ragazzo, aveva la passione di arrampicarsi sugli alberi. Lo voleva far passare per un pazzo, per un maniaco delle scalate notturne?».
 I coniugi Scieri hanno scritto anche un libro sulla morte del figlio, il cui titolo (“Folgore di morte e di omertà”, edizione Kaos) è un atto di accusa nei confronti dei vertici dei paracadutisti. Un mondo – dicono – che si è svelato ai nostri occhi in modo drammaticamente sconcertante.
 «Io – racconta la madre – ero contraria, non volevo che Emanuele facesse il parà. Ma non per qualche pregiudizio, semplicemente perché da mamma avevo paura dei lanci. Ma quello, invece, non era il peggio. La morte di mio figlio ha portato alla luce un nonnismo feroce e omicida, coperto e forse anche incoraggiato dai vertici militari. Abbiamo letto quel libello del generale Celentano, indice di una rozzezza e di una brutalità fanatica e razzista. Con mio marito abbiamo scritto, nel nostro libro, che la supercaserma orgoglio e vanto delle nostre forze armate si è rivelata un covo omertoso al cui cospetto Cosa Nostra impallidisce. E nessuno ci ha querelato».
 Sono passati dieci anni. Sono serviti solo a far trascorrere il tempo necessario alla burocrazia perché il Comune di Noto possa intitolare una rotatoria all’allievo paracadutista Emanuele Scieri.
 «Adesso – dice Scieri – la ferma di leva non c’è più. In divisa ci sono anche le donne. I vertici militari dicono che tutto questo serve per cambiare. Già, cambiare… Ma che cosa? Non dicevano che andava tutto bene?».
 Di quella buia notte ferragostana nei vialetti della caserma, resta una scia di sangue e di dolore che lascia un’ombra scura nei bagliori infuocati dell’estate siciliana.

20090815

CANGEMI (PRC): "LA MORTE DI LELE SCERI VERGOGNA PER LE ISTITUZIONI"

aaaPalermo, 14 agosto 2009 - "Dopo dieci anni la morte di Lele Scieri rimane una vergogna per le istituzioni del nostro paese. Né la magistratura né tantomeno le autorità politiche e militari hanno trovato un responsabile per la spaventosa vicenda di un ragazzo lasciato agonizzare e morire (e il cui corpo viene ritrovato dopo ben tre giorni) in una struttura per sua stessa natura sorvegliatissima. La “Folgore” si conferma una zona franca in cui non valgono le leggi della Repubblica, le forze armate italiane continuano a vivere in una situazione di omertà come dimostrano tante vicende precedenti e successive alla morte di Scieri (basti pensare alle morti per le armi all’uranio). Il solo modo degno di ricordare Emanuele Scieri è rilanciare la battaglia per ottenere verità e giustizia, per impedire che continuino ad operare sotto le insegne dello stato corpi che violano ogni principio di democrazia e civiltà". E' quanto dichiarato daLuca Cangemi, Segretario Regionale PRC (Ufficio stampa PRC-Sicilia)

 

giovedì, 06 agosto 2009

 


In memoria di Emanuele Scieri 14-16 agosto 1999-2009



Partì per il militare un giorno di dieci anni fa


e a casa non è più tornato,


il nonnismo voleva denunciare


e per ore (qualcuno lo disse in una telefonata) si trovò ai piedi


di una torretta ad agonizzare!


Morì solo peggio di un cane,


nessuno per tre giorni lo volle cercare.


"Nessun colpevole" scrisse la magistratura


militare e ordinaria,


chi (militare) provò a dargli verità e giustizia


passò dodici giorni in carcere e quattro di domiciliari,


trattato da troppi come uno dei peggiori criminali,


con prezzi ingiusti altissimi


pagati per l'ennesima volta anche dai familiari.


Chi (militare) provò a dargli verità e giustizia


lo assolsero poi innumerevoli volte i tribunali,


nulla però accadde anche


quando la gente comune


e alcuni amministratori


chiesero di riaprire il caso


di quell'onesto Ragazzo, Avvocato e Paracadutista,


chiesero si cancellasse quella vergogna


di un omicidio senza colpevoli.


Non fu l'unico Emanuele ad essere lasciato solo,


con la calunnia di essere un drogato,


con la menzogna che si era suicidato!


Anche alla sua famiglia riservarono purtroppo


indifferenza, menzogne e tradimento della loro fiducia nello Stato,


della loro fiducia che il figlio, il fratello non sarebbe stato


lasciato ancora e ancora, per lunghissimi anni,


senza verità, senza giustizia!


Tra promesse non mantenute


e imbarazzati ignobili silenzi


dieci anni sono passati


e una cosa


almeno qualcuno di noi


anche da Lele l'ha imparata:


il valore della Denuncia,


il valore della Testimonianza.


Stiano certi quindi i colpevoli che non potremo tacere


mai l'ignobiltà di quello sfregio intollerabile


alla Costituzione del 1948


e continueremo a chiedere che ci dica chi di dovere


i nomi di chi ha ucciso Emanuele e di chi ha eventualmente


coperto quegli assassini.


Possa Emanuele riposare in pace,


noi non lo dimenticheremo mai,


perchè egli vive nel nostro quotidiano impegno,


egli vive in ogni nostro sorriso, egli vive nelle nostri menti


e nelle nostre anime oggi e per sempre!


Sì, dentro ciascuno di noi Emanuele non morirà mai,


sì,dentro i suoi più cari amici di Siracusa(e non solo) Lele VIVE! Laura Picchi


 


Intervista genitori Emanuele Scieri



http://www.iloveserradifalco.com/wp/?p=19777



"Diteci la verità sulla morte di nostro figlio Emanuele"



Inviato da Live Sicilia on lug 27th, 2009 e publicato in Cronaca, sicilia. Puoi seguire e rispondere questa notizia e questi commenti cn il feed RSS 2.0. I commenti sono momentaneamente sospesi, ma puoi trackback dal tuo sito.


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"Le cicale cantano e poi muoiono. E che vuoi farci tu? Non puoi fermare i giorni. Non puoi bloccare il corso dell’estate". E’ la rassegnata filosofia di Angelo, unico tassista di Noto, in viaggio verso la casa e la storia di Emanuele Scieri.


La villetta degli Scieri è in riva al mare, sul lido della cittadina barocca, pieno come un uovo in un mattino di luglio. Quattro mura sistemate col gusto degli onesti lavoratori che non si sono arricchiti. Lui, papà Corrado, funzionario della dogana, lei, mamma Isabella, professoressa. Angelo guida, costeggiando l’azzurro. E racconta: "Poverini, come si fa a perdere un figlio così. Nessuno ti dice niente, nessuno ti spiega nulla. Il cuore non può fare pace con se stesso. E’ triste la vita. Si sa, le cicale cantano e poi muoiono".


Corrado e Isabella hanno visto il figlio cantare e morire. Il paracadutista Emanuele Scieri è rimasto vittima di qualcosa e di qualcuno nella caserma "Gamarra" di Pisa nell’agosto di dieci anni fa. Intorno alla sua fine è fiorito un roveto di omertà, silenzi e omissioni. Uno sfregio che le istituzioni hanno creato e subito. I genitori di Emanuele hanno pubblicato un libro: "Folgore di morte e di omertà". Basterebbe il titolo.


La vicenda di Emanuele Scieri è incastonata nelle cronache del mistero, si è sedimentata come un cattivo esempio. Scrive il Corriere della Sera, in una puntuale ricostruzione: "Si potrebbe cominciare da una giornata caldissima, quella del 21 luglio 1999, quando il ragazzo, finito il praticantato in uno studio di Catania, parte per il Car di leva a Scandicci, prima di passare allievo paracadutista a Pisa. Oppure si potrebbe cominciare dalla caserma Gamerra di Pisa e dall’ultima sigaretta, fumata con un commilitone venerdì 13 agosto verso le 22.15 nel vialetto interno lungo il muro di cinta dell’area militare. Si potrebbe cominciare da un ragazzo che cade, dalla vertigine di un ragazzo che cade dall’alto, non si sa quando né come né perché, ma cade, questo è sicuro. Oppure si potrebbe anche cominciare dalla fine, dalle 13.50 del lunedì seguente, quando quattro allievi parà in servizio al magazzino, sotto la stecca del sole vengono investiti da un afrore insopportabile, si avvicinano alla torre per l’asciugatura dei paracadute e ai piedi della scala esterna trovano il cadavere del ragazzo in avanzato stato di decomposizione". Il volo di un corpo che si decompone e viene ritrovato giorni dopo. Nessuno ha cercato Emanuele, assente al contrappello del 13 agosto. Che gli è successo? Si parla di suicidio, di un salto volontario dalla torre. Ma un’altra dinamica dei fatti si insinua col sospetto. Forse l’allievo parà è stato vittima di un atto di nonnismo. Ci sono segni di violenza sul suo cadavere. La bufera investe l’allora comandante della Folgore, Enrico Celentano, fresco autore di un volumetto "Lo Zibaldone" in cui si immortalano discutibili pratiche di sottobosco militare. E’ una tempesta che non dura. La Procura di Pisa archivia, come la Procura militare di La Spezia, con più di una perplessità. La commissione d’inchiesta sollecitata sul caso non vedrà mai la luce.


Corrado e Isabella non hanno smesso di credere nello Stato. Chiedono che le indagini siano riaperte. Entrambi portano i segni di dieci anni di lutto e di tensione. Corrado Scieri, rispetto alle prime immagini televisive, è più magro. Ha gli occhi infossati. Isabella è forte come suo marito, ma anche i suoi occhi tradiscono l’agitazione. "Noi non abbiamo mai smesso di sperare – dice Corrado -. Chi sa parli. Sono passati tanti anni, è arrivato il momento di spiegare tutto, di svelare la verità. Per esempio, vogliamo conoscere quella del generale Celentano. Non si è mai fatto sentire in questi anni, nemmeno una parola di cordoglio o di conforto. Perché non prova a squarciare il silenzio?". "La sera prima della sua scomparsa – dice Isabella – abbiamo parlato con Emanuele al telefono, come sempre. Era sereno e tranquillo. Non aveva il timbro di voce di uno che pensa di togliersi la vita poco dopo". Perché un atto di nonnismo nei suoi confronti? "Perché era uno che non sopportava i soprusi – rispondono i genitori -. Perché aveva difeso i suoi commilitoni in più di una occasione. Era laureato in legge, lo chiamavano ‘l’avvocato’. Emanuele era una persona che amava prendere le parti dei più deboli". "Le indagini non sono state condotte con lo scrupolo dovuto – dice Corrado – quando abbiamo chiesto al procuratore di affidare l’inchiesta alla polizia e non ai carabinieri, che dipendono dalla Difesa, lui si è adirato, ha cambiato atteggiamento nei nostri confronti". Ancora Corrado: "C’è un medico militare di Palermo che ha avuto modo di ispezionare il corpo di Emanuele. Ha tentato di mettersi in contatto con noi. Voleva parlarci di alcune stranezze. Poi ha cambiato idea e non si è fatto più vivo".


Il Corriere racconta: ". Sono le 22.15 (del 13 agosto) quando Emanuele rientra in caserma e da qui in avanti bisogna affidarsi all’allievo Stefano Viberti, un testimone che verrà definito dai magistrati ‘depositario di verità non rivelate’. Il quale racconterà di aver indugiato sul vialetto della caserma fumando una sigaretta con Emanuele, di essersi spinto con lui fino al magazzino del casermaggio, poco distante dalla torre per l’asciugatura dei paracadute. Alle 22.30 rientra in camerata, mentre Emanuele gli dice che si ferma all’aperto per fare una telefonata con il cellulare (ma dai tabulati telefonici non risulterà nessuna chiamata a quell’ora). Contrappello alle 23.45. L’avvocato Scieri è assente e il suo posto branda è vuoto. Nessuno si prende la briga di andare a cercarlo. Viberti tace ma appare agitato, si affaccia più volte ai finestroni della camerata. Quattro allievi segnalano la stranezza ai caporali, perché conoscendo Lele non riescono a capire la sua assenza. I superiori non se ne preoccupano. Risulterà però che durante il contrappello qualcuno da Pisa ha telefonato all’utenza dell’abitazione di Livorno del generale Enrico Celentano, comandante dei paracadutisti Folgore. Stranezze: chi ha telefonato e perché? Passa la mezzanotte e passa il 14. Un’altra stranezza il giorno di Ferragosto, anzi due: alle 5.30 del mattino il comandante Celentano in persona effettua una ispezione straordinaria all’interno della caserma. Alle 21.30 nuova ispezione straordinaria questa volta del colonnello Pier Angelo Corradi".


In "Folgore di morte e omertà", i genitori di Emanuele scrivono: "Nostro figlio Emanuele Scieri, partito da Siracusa il 21 luglio 1999 per fare il servizio militare nei parà della caserma Gamarra di Pisa, è tornato a casa un mese dopo chiuso in una bara. Non è morto per una fatalità o per una disgrazia: è stato ammazzato. Ma non si sa da chi. Perché la supercaserma pisana della Folgore, dopo essersi trasformata in un mattatoio, è diventata una centrale di omertà da fare impallidire Cosa nostra. Ancora una volta la giustizia italiana ha dimostrato di essere una pseudogiustizia all’italiana: delitti senza colpevoli, casi irrisolti, archiviazioni invece di verità, fantasmi al posto di imputati, generiche ipotesi invece di accertamenti. E come in altri casi, la vittima, cioè nostro figlio Emanuele, ha perfino rischiato di diventare colpevole, dato che inizialmente si è tentato di metterne in dubbio l’equilibrio psichico e l’integrità morale per rendere credibile la comoda scappatoia del suicidio. Noi genitori di Emanuele siamo ancora qui a reclamare verità e giustizia. Lo facciamo attraverso questo libro, nel quale abbiamo ricostruito tutta la vicenda. Vogliamo sapere chi, in una caserma d’élite della Repubblica, ha ucciso nostro figlio e perché. Abbiamo il diritto di saperlo, sia come genitori sia come cittadini".


Spiega Corrado Scieri: "Non abbiamo mai ricevuto una querela per il nostro libro. Questo significherà qualcosa, o no? Non è mai troppo tardi, rinnovo il mio appello. Chi sa – perché qualcuno sa – deve sapere anche che è arrivato il momento di parlare". E’ l’ultima richiesta di un padre e una madre dagli occhi stanchi e dai lineamenti consumati. "Ma forse chiedere la verità è perfino troppo – dice Isabella -. La verità, da queste parti, si scopre soltanto quando non può fare più male a nessuno". E’ la legge di Angelo il tassista, la sua sconsolata filosofia del destino. Niente può impedire all’estate di avanzare e di bruciare la memoria di volti e persone. Di ogni ingiustizia sepolta resta appena un’ombra. Resta il canto delle cicale.